Intercettazioni: rush finale del centrodestra.

di Marcello Frigeri (Direttore del Settimanale ZeroSette)
Fonte: Settimanale ZeroSette

– In principio fu l’estate del 2008: Berlusconi fece decadere la legge blocca-processi, Uòlter Veltroni esultava, “è una nostra vittoria, Berlusconi ora non ha più motivo di attaccare la Giustizia”. Infatti tempo qualche giorno e si partì subito con la proposta di un disegno legge che vietava le intercettazioni (in quel periodo il premier era implicato nelle indagini del caso Saccà). Un genio senza precedenti, detto anche l’Empirico Guardasigilli, uscì tutto contento da Palazzo Chigi con una calcolatrice in mano, e informò il popolo: “secondo un mio calcolo empirico è probabilmente intercettata una grandissima parte del nostro Paese (…). Si arriva a 3 milioni di intercettazioni”.

Il giorno dopo, un altro genio, su Il Giornale, traduceva il calcolo, assai poco scientifico così: “Tutti gli italiani sono intercettati”. Difficile concentrare così tante balle in poche parole. Nell’ultimo anno, secondo calcoli non empirici, le convalide del gip per le intercettazioni sono state molto meno: “125 mila sono i decreti emessi in un anno dalla magistratura. Di questi 125 mila il 70% sono proroghe, perché un decreto di intercettazione ha una validità di 15 giorni. Quindi, in realtà, le intercettazioni sono 40 mila”, questo secondo l’onorevole Donadi (per il sostituto procuratore di Palermo Ingroia, invece, sono tra le 10 e le 20 mila). Comunque meno dello 0.1% degli italiani. Significa che il 99.99% dei cittadini non è intercettato, e che quindi l’emergenza di “tutti spiati in Italia” è una mera bufala. È ovvio che questa legge serve ai delinquenti affinché restino impuniti. Ma una domanda sorge spontanea: possibile che ogni anno qualche politico (che per legge non può essere intercettato) finisca sempre con il parlare con quello 0.1% della popolazione che ha problemi con la giustizia? Naturalmente, poi, si difende il ddl con frasi del tipo: “è importante per noi la privacy dei cittadini”, è ovvio che non è vero niente.

Nel 2006 i pm milanesi Armando Spataro e Nicola Piacente irrompevano in un palazzo in via Nazionale a Roma dove al sesto piano, in un mega appartamento in cui viveva giorno e notte il funzionario del Sismi Pio Pompa, trovarono in cassetti e schedari “centinaia di report, dossier su politici, magistrati, imprenditori, giornalisti, alti funzionari dello Stato. In particolare, una relazione di una ventina di pagine nelle quali si faceva esplicito riferimento ad un programma per ‘disarticolare con mezzi traumatici’ l’opposizione al governo” (Repubblica). Un vero e proprio archivio di spionaggio illecito, nel quale figuravano nomi di giornalisti e intellettuali come Flores d’Arcais, Pennarola, Gomez e Ruotolo; e magistrati come Boccassini, De Pasquale, Borrelli, Ichino, Ingroia e Principato.

Alcuni, secondo le indiscrezioni, sarebbero pure stati pedinati. Pio Pompa fu accusato dalla Procura di Perugia di peculato e di possesso ingiustificato di mezzi di spionaggio. Ora, se il governo avesse avuto realmente a cuore la privacy dei cittadini, non avrebbe posto il Segreto di Stato sulla questione, come poi ha fatto, salvando dal processo gli accusati Pompa e Pollari. Per chi poi si chiede come mai il Pd non sia in prima linea contro questo disegno legge scombiccherato, dovrebbe sapere che nel 2006, governo Prodi, il guardasigilli Mastella sfornò in salsa-bavaglio un ddl intercettazioni del tutto simile al ddl Alfano, con l’unica eccezione delle pene pecuniarie, marginali, per i giornalisti. “Basta con il Grande Fratello”, aveva tuonato allora Mastella, qualche giorno dopo la scoperta dei “furbetti del quartierino” e della scalata bancara di Unipol a Bnl. È ovvio, quindi, che il Pd non possa risollevarsi dal suo stato comatoso-vegetativo in cui versa da sempre, e protestare contro chi, in un paese dalla stampa parzialmente libera (definizione di Freedom House), tenta di imbavagliare del tutto la cronaca giudiziaria. Al valzer degli orrori non poteva poi mancare la massima dell’onorevole Santanché, “che senso ha intercettare un boss mafioso mentre parla con la madre? È un abuso”.

Come se dal carcere i mafiosi ordinassero gli omicidi o le estorsioni direttamente ai killer iscritti all’albo, ai loro dottori o agli idraulici di fiducia. È la prova che non siamo in un regime fascista: i fascisti erano quello che erano, ma almeno tra le file vantavano qualche intellettuale.

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