Verdini vuota il sacco: “Fece tutto Dell’Utri” – Il testo delle risposte al giudice

-da Violapost

Un interrogatorio lungo nove ore. Otto pagine fitte fitte di rivelazioni. Denis Verdini ha vuotato il sacco davanti al magisrato Capaldo. Ed ecco, ancora una volta, uscire fuori il nome di Dell’Utri. Per Denis Verdini, coordinatore del Pdl, ha fatto tutto lui, il senatore palermitano e noto amico dei mafiosi. Tutti i passaggi in cui Verdini davanti al giudice tira in ballo dell’Utri:

«Io mica li conoscevo Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino. Fu Marcello a portarmeli a casa. Di lui mi fido molto, lo conosco da una vita».
«Se Dell’Utri viene a pranzo da me con qualcuno, che faccio? chiedo i documenti ai suoi accompagnatori?»
«Il Giornale della Toscana aveva grossi problemi fin dal 2004: si erano fatti avanti anche alcuni imprenditori, ma non poterono salvare la situazione. Poi a maggio 2009 uno di loro mi presentò Flavio Carboni. Che mi disse che ormai, a quasi 80 anni, voleva avere una ”voce” per la sua Sardegna, creando un inserto per il mio giornale. Diceva di voler aprire anche una radio e una televisione; sapevo che era stato coinvolto nel processo Calvi, ed era stato assolto. Ma poteva portarmi soldi; e cominciai a pensare alla sua proposta. Poi, mentre ancora stavo decidendo, Marcello Dell’Utri organizzò un pranzo all’Hotel Eden e lì ci trovai anche Flavio Carboni. Fu Dell’Utri a dirmi che dovevo accettare quella proposta e così feci, cedendogli il 30 per cento delle quote. Mi pagò la prima rata, 800mila euro. Poi partì l’indagine di Firenze sugli appalti del G8 e io pensai di bloccare tutto».

«A settembre dello scorso anno Nicola Cosentino era sotto un pesante attacco mediatico; ma Berlusconi era certo di poterlo sostenere. Quando poi arrivò in Parlamento la richiesta d’arresto, cominciammo a pensare ad un’alternativa e spuntò il nome di Arcibaldo Miller. Fu ancora Marcello Dell’Utri a organizzare un pranzo a casa mia. Mi disse che avrebbe portato quattro, cinque persone; era il 23 settembre e alla fine vennero in otto, perché Marcello si presentò con Carboni, con Lombardi e Martino, che io non avevo mai visto prima. E poi c’erano anche Miller, Caliendo e il giudice Antonio Martone. Miller disse di essere lusingato per l’ipotesi di candidarlo, ma mi sembrava scettico. Capii che era perplesso. E questo lo rendeva un candidato non affidabile. A tavola parlammo anche del Lodo Alfano, ma ma fu una chiacchiera da salotto come avveniva in tutta Italia in quel periodo giorni, visto che mancavano dieci giorni all’udienza. Ricordo che Martone spiegò che alla fine ogni consigliere avrebbe votato come sentiva, a prescindere dallo schieramento politico di chi lo aveva eletto alla Corte».

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