The Economist: Mr. Berlusconi e la sua politica estera da coatto

-di Pietro Salvato, giornalettismo.com

Durissimo attacco del settimanale economico londinese agli atteggiamenti definiti “imbarazzanti” del premier. Un paese – l’Italia – che nel panorama internazionale, conta sempre meno.

Questa settimana L’Economist accende i suoi riflettori sulla politica estera del Cavaliere, specie nei confronti dell’UE, definita letteralmente “puzzlingly” ossia imbarazzante. Il titolo dell’articolo è eloquente: “Why does Italy punch so far below its weight in the European Union?” che tradotto significa, più o meno: Cosa fa sprofondare l’Italia sotto il suo peso nell’Unione europea? Manco a dirlo, questa zavorra è rappresenta proprio dal Cavaliere, quello che si vanta di aver “inaugurato la politica del cucù” che a detta del premier sarebbe un modo giocoso di “essere aperti e capire gli altri, e di fare amicizia“. Partendo dal cucù, il settimanale della City, come dicono quelli che usano un linguaggio assai più forbito del nostro, “percula” e non poco, uno dei cavalli di battaglia più reclamizzati, almeno nei suoi non pochi media “amici”, del governo berlusconiano: la nostra politica estera.

SILVIO, FACCE RIDE! –Some years ago… alcuni anni fa – scrive il settimanale – i leader europei, proprio quando erano immersi in una gravosa discussione, l’onorevole Berlusconi improvvisamente si rivolse a Gerhard Schröder, allora cancelliere della Germania, e gli disse: Parliamo di donne. Gerhard, sei stato sposato quattro volte. Perché non inizi?” Una battuta probabilmente apocrifa, che però svela un particolare importante sul nostro presidente del Consiglio. Per Berlusconi “l’UE è qualcosa di noioso. In politica estera – segnala L’Economist – Berlusconi riserva il suo entusiasmo per le sue relazioni personali e diplomatiche soprattutto con i leader di paesi del calibro della Turchia, della Russia, della Bielorussia, della Libia e delle repubbliche dell’Asia centrale. Tutti paesi al di fuori dell’UE, alcuni dei quali ispirano profonde perplessità a Bruxelles“. Tutti Stati dove la concezione berlusconiana della democrazia – aggiungiamo noi – sublima al massimo fattore.

CON BERLUSCONI L’ITALIA CONTA DI MENO –L’Italia – prosegue L’Economist nella sua tagliente disamina – è stato uno dei membri fondatori dell’organizzazione che oggi è diventata l’Unione europea e il Trattato che la istituisce è stato firmato proprio a Roma. L’economia in Italia è più del doppio di quella della new entry Polonia, la sua popolazione, approssimativamente, è uguale a quella della Francia o della Gran Bretagna. Eppure, raramente è stata una forza determinante all’interno dell’UE. Perché?” Già perché? Certo, storicamente, almeno dal dopo guerra, non siamo mai stati una potenza su scala continentale – almeno a livello pari di Germania, Francia e della stessa Inghilterra, malgrado ciò, con tutti i limiti del caso, la politica estera “andreottiana” era riuscita a ritagliarsi un suo preciso ruolo di mediazione – specie nei confronti dei paesi mediorientali – e di autorevolezza. Con Berlusconi, come annota il settimanale londinese, invece, “da quando è in carica l’Italia è stata sempre meno efficiente“.

GRAZIE A MR. B. L’EUROPA È DIVENTATA UN PESO – Per spiegare questo fenomeno, L’Economist fa un’osservazione: “Gli italiani, a differenza di inglesi, francesi e, sempre più, dei tedeschi, non vedono l’UE come un’arena per la risoluzione del conflitto dei loro interessi nazionali. L’Europa, è sempre citata come se fosse da qualche altra parte, costituisce un complemento a “e forse, un giorno, una sostituzione per” il loro governo che, “assiomaticamentela vede come un male. L’Europa è una comoda scusa per l’imposizione di misure impopolari, vedi i tagli del deficit, “il rispetto delle norme comunitarie sui rifiuti, l’agricoltura (do you remember “quote latte”, Mr. Bossi?) e le merci provenienti dall’estero“. L’Europa è diventata “anche il motivo per cui certe cose non si possono farenel gergo burocratico di Roma – è definito il Vincolo esterno. Questa visione utilitaristica nei confronti della UE è tuttavia venato da un vero e proprio idealismo“. Eppure l’Italia, rileva il settimanale economico, pur con questo suo “neo anti-europeismo” ha raramente usato il suo potere di veto. “L’unica eccezione è molto recente. Il rifiuto di Roma di consentire una condanna unanime della Russia sulla sua incursione in Georgia nel 2008“. L’amico Wladimir, evidentemente, si sarebbe poi risentito con l’amico Silvio al prossimo “cucù”…

L’ITALIA BANDERUOLA D’EUROPA –Colpisce, per esempio – prosegue il duro articolo de L’Economist – che all’interno dell’UE, l’Italia non ha alleanze stabili, anche con altri paesi del Mediterraneo (vedi Francia o Spagna). Nel 1990 uno studio di Federica Bindi, un’analista internazionale, metteva sotto accusa i troppi “turnover dei governi”; i conflitti tra i partner della coalizione, una scarsa capacità della burocrazia italiana ad imparare le metodologie e gli approcci degli altri paesi membri. Con la fine della Prima repubblica questa situazione non è affatto cambiata in meglio. Certo, con l’avvento di Mr. Berlusconi la situazione è almeno migliorata sul piano della stabilità e l’amministrazione pubblica, in questi anni, ha imparato molto dagli altri. Ma gli altri problemi restano, e sono formidabili“. A cominciare dalle “differenze tra i partiti della coalizione di governo che ostacolano un approccio coerente, mentre il campanilismo è una piaga endemica“.

CE N’È PURE PER PRODI –Tommaso Padoa-Schioppa, ex ministro delle Finanze ha affermato che “in Italia la politica non si ferma mai a riflettere. E’ vero – conferma la rivista di James’s street – c’è un clima di guerra continua tra e all’interno dei partiti, in cui si cimenta ogni uomo politico, dal più umile al viceprimo ministro, la strategia dell’UE è invece vista come qualcosa di marginale. Gli incarichi di alto livello nelle istituzioni europee vengono considerati poco attrattivi per le ambiziosi dei politici italiani. Nel migliore dei casi, essi sono visti come dei ripieghi per tenersi a galla in attesa di una successiva opportunità per ritornare in auge nella fase nazionale”. Un esempio di questo tipo – secondo L’Economist – è stato Romano Prodi, “che ha gestito la Commissione europea tra il 1999 e il 2004, ed ha trascorso gran parte del suo ultimo anno in carica complottando per il suo ritorno nella politica interna“. Citando l’ultimo libro della Bindi (Federica) il settimanale così chiosa: “L’Italia sembra essere bloccata all’era dei Guelfi e dei Ghibellini, in cui la vittoria di una fazione rispetto all’altra è la sola cosa che conta“, anche a discapito di una successiva efficace politica di governo del Paese, aggiungiamo noi.

Fonte: http://www.giornalettismo.com/archives/74690/%EF%BB%BFthe-economist-mr-berlusconi/

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