Strage di Piazzale Loreto – 10 Agosto 1944

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« Ed era l’alba, poi tutto fu fermo/ la città, il cielo, il fiato del giorno./ Rimasero i carnefici soltanto/ vivi davanti ai morti./ Era silenzio l’urlo del mattino,/ silenzio il cielo ferito:/ Un silenzio di case, di Milano./ Restarono bruttati anche di sole,/ sporchi di luce e l’uno e l’altro odiosi,/ gli assassini venduti alla paura »
(Alfonso Gatto)

« Il sangue di piazzale Loreto lo pagheremo molto caro »
(Benito Mussolini al vice-capo della Polizia della RSI, Eugenio Apollonio)

La Strage di Piazzale Loreto avvenne il 10 agosto 1944 in Piazzale Loreto a Milano. Quindici partigiani e antifascisti furono fucilati da militi della legione Ettore Muti della RSI, agli ordini dei tedeschi, ed i loro cadaveri vennero esposti al pubblico.

La mattina del 10 agosto 1944, a Milano, quindici tra partigiani e antifascisti vennero prelevati dal carcere di San Vittore e portati in Piazzale Loreto, dove furono fucilati da un plotone di esecuzione composto da militi della legione «Ettore Muti» guidati dal ten. Roncucci (fucilato a Como dopo il 25 aprile), ma che agivano agli ordini del comando tedesco, in particolare del capitano delle SS Theodor Saevecke, noto in seguito come boia di Piazzale Loreto, allora comandante del servizio di sicurezza (SD) di Milano e provincia (AK Mailand).

Meno di un anno dopo, all’alba del 29 aprile 1945, sullo stesso piazzale furono esposti i cadaveri di Mussolini, di Claretta Petacci e di altre 15 persone giustiziate dopo la cattura a Dongo.

La strage fu perpetrata come rappresaglia per un attentato consumato il 7 agosto 1944 contro un camion tedesco (targato WM 111092) parcheggiato in viale Abruzzi a Milano. Nell’evento, in cui non rimase ucciso alcun soldato tedesco (l’autista Heinz Kuhn, che era addormentato nel mezzo parcheggiato, riportò solo lievi ferite) provocò la morte di sei cittadini milanesi e il ferimento di altri undici. Il comandante dei Gap, Giovanni Pesce, negò sempre che quell’attentato potesse essere stato compiuto da qualche unità partigiana. Certi elementi anomali hanno fatto definire da alcuni l’attentato come controverso: il caporal maggiore Kuhn aveva parcheggiato il mezzo a poca distanza da un’autorimessa in via Natale Battaglia e dall’albergo Titanus, entrambi requisiti ed occupati dalla Wehrmacht.

Sulle motivazioni della rappresaglia è utile notare come il bando di Kesselring prevedesse la fucilazione di dieci italiani solo in caso di vittime tedesche.

Theodor Saevecke, il cui comando si trovava all’Hotel Regina in via Silvio Pellico, sede delle SS, dei servizi di sicurezza (SD) e della Polizia Politica (Gestapo) e noto luogo di tortura, pretese ed ottenne, ciò nonostante, la fucilazione sommaria di quindici antifascisti, e compilò egli stesso la lista, come testimoniato da Elena Morgante, impiegata nell’ufficio delle SS, cui fu ordinato di batterla a macchina.
I corpi accatastati nel piazzale. Il cartello ne dava la definizione di «assassini».

Dopo la fucilazione – avvenuta alle 06:10 – a scopo intimidatorio i cadaveri scomposti furono lasciati esposti sotto il sole per tutta la calda giornata estiva, coperti di mosche. Un cartello li qualificava come “assassini”. I corpi rimasero circondati da membri della Muti che impedirono persino ai parenti di rendere omaggio ai propri defunti. Secondo numerose testimonianze, i militi insultarono ripetutamente gli uccisi (definendoli, tra l’altro, un “mucchio d’immondizia”) nonché i loro congiunti accorsi sul luogo.

Il poeta Franco Loi, testimone della tragedia e probabilmente allora abitante nella vicina Via Casoretto, ricorda:

« C’erano molti corpi gettati sul marciapiede, contro lo steccato, qualche manifesto di teatro, la Gazzetta del Sorriso, cartelli, banditi! Banditi catturati con le armi in pugno! Attorno la gente muta, il sole caldo. Quando arrivai a vederli fu come una vertigine: scarpe, mani, braccia, calze sporche.(….) ai miei occhi di bambino era una cosa inaudita: uomini gettati sul marciapiede come spazzatura e altri uomini, giovani vestiti di nero, che sembravano fare la guardia armati! »
(Franco Loi)

L’esecuzione e il vilipendio dei cadaveri impressionarono profondamente l’opinione pubblica. Mussolini comunicò all’ambasciatore tedesco presso la RSI, Rudolf Rahn, che i metodi utilizzati dai militari tedeschi «erano contrari ai sentimenti degli italiani e ne offendevano la naturale mitezza».

I Morti di Piazzale Loreto

1. Gian Antonio Bravin (28 febbraio 1908), commerciante, abitante in viale Monza 7 a Milano. Partigiano nel varesotto e capo del III gruppo dei GAP, fu arrestato dai fascisti il 29 luglio del 1944, imprigionato a S.Vittore a disposizione della Sicherheitspolizei-Sicherheitsdienst( SIPO-SD) tedesca.
2. Giulio Casiraghi (Sesto San Giovanni, 17 ottobre 1899), tecnico della Ercole Marelli di Sesto San Giovanni, militante comunista. Nel 1930 viene condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a 5 anni di detenzione per costituzione del PCd’I, appartenenza al medesimo e propaganda. Organizzatore si dagli scioperi del marzo 1943 del movimento operaio presso gli stabilimenti “Ercole Marelli”. Successivamente all’8 settembre 1943 moltiplica il proprio impegno, collaborando alla fornitura di armi e rifornimenti alle formazioni partigiane, nonché supporto per la ricezione di radiomessaggi da Londra relativi all’esecuzione di aviolanci alleati volti ad approvvigionare la Resistenza. Arrestato al ritorno dal lavoro, verso mezzogiorno del 12 luglio 1944 da fascisti e SS dipendenti dall’ufficio dello SS-Scharfuhrer Werning, responsabile della Sicherungskompanie di Monza. Trasferito a San Vittore il 7 agosto 1944.
3. Renzo del Riccio (Udine, 11 settembre 1923), operaio meccanico, socialista, soldato italiano di fanteria partecipò l’8 settembre 1943 a furiosi scontri contro i tedeschi. Unitosi ai partigiani (ad una formazione Matteotti operante nel Comasco?) e distintosi in azione, fu arrestato e inserito nelle liste del servizio obbligatorio del lavoro, nel giugno 1944 fuggì durante la deportazione in Germania. Nel luglio, in viale Monza, è nuovamente arrestato in seguito a delazione. Incarcerato a Monza e poi trasferito a San Vittore il 7 agosto 1944.
4. Andrea Esposito (Trani, 26 ottobre 1898), operaio, militante comunista e partigiano della 113° brigata Garibaldi, arrestato da membri dell’Ufficio politico investigativo della Guardia nazionale repubblicana, il 31 luglio 1944 in casa insieme al figlio Eugenio (renitente alla leva indetta dai nazifascisti della RSI), vennero rinchiusi nelle carceri di San Vittore a disposizione della SIPO-SD. Il 31 luglio 1944 Il figlio Eugenio, inizialmente inserito nella lista dei fucilandi, sarà invece deportato prima al campo di concentramento di Gries (Bolzano) e successivamente in Germania (a Dachau?), da dove ritornerà a guerra finita.
5. Domenico Fiorani (Roron in Svizzera, 24 gennaio 1913), perito industriale, socialista, collaborò a giornali clandestini. Appartenente alle brigate Matteotti. Arrestato il 25 giugno 1944 dalla polizia politica a Busto Arsizio, mentre si reca dalla moglie degente in ospedale. Incarcerato a Monza e trasferito il 7 agosto 1944 a San Vittore.
6. Umberto Fogagnolo (Ferrara, 2 ottobre 1911), ingegnere alla Ercole Marelli di Sesto San Giovanni. Rappresentante del Partito d’Azione nel CLN di Sesto e responsabile dell’organizzazione clandestina nelle fabbriche, è tra gli organizzatori dello sciopero generale del marzo 1944. Arrestato il 12 luglio 1944 nel suo ufficio, viene incarcerato a Monza dove è ripetutamente torturato. Trasferito a San Vittore l’8 agosto 1944.
7. Tullio Galimberti (Milano, 31 agosto 1922), impiegato. Appartenente alle formazioni Garibaldi con compiti di collegamento e raccolta di armi (membro della 3a brigata d’assalto Garibaldi Gap “Egisto Rubini”, secondo il martirologio compilato nell’immediato dopoguerra a cura dell’Anpi provinciale milanese). Arrestato durante un incontro clandestino in piazza San Babila alla fine del giugno 1944 da agenti della SS germanica e italiana. Tradotto alle carceri di San Vittore.
8. Vittorio Gasparini (Ambivere, 30 luglio 1913), dottore in economia e commercio, capitano degli alpini, incaricato della radiotrasmissione di messaggi clandestini, venne arrestato dai tedeschi. Interrogato a Brescia, nello stesso giorno è ricondotto a Milano e imprigionato nel carcere di San Vittore. Torturato per giorni senza riuscire a farlo parlare, fu infine fucilato (Medaglia d’oro al valore militare alla memoria)..
9. Emidio Mastrodomenico (San Ferdinando di Puglia, 30 novembre 1922), agente di PS al commissariato di Lambrate. Collegato con il movimento resistenziale (capo dei GAP), è catturato il 29 luglio (il 16 aprile secondo l’Unità) 1944 in piazza Santa Barbara da agenti della SIPO-SD e incarcerato a San Vittore.
10. Angelo Poletti (Linate al Lambro, 20 giugno 1912) operaio presso l’Isotta Fraschini e militante socialista, dopo una breve esperienza partigiana in Val d’Ossola rientra a Milano dove dirige il gruppo da cui nascerà la 45a Brigata Matteotti. Ferito ad una gamba e arrestato il 19 maggio 1944 da militi fascisti mentre si trovava al lavoro, subì sevizie e torture in carcere.
11. Salvatore Principato (Piazza Armerina, 29 aprile 1892), militante socialista e perseguitato politico sotto il fascismo, arrestato l’8 luglio 1944 dalle SS come aderente al P.S.I.U.P e membro della 33a Brigata Matteotti. Incarcerato a Monza dove fu torturato, fu trasferito a S. Vittore il 7 agosto 1944. All’epoca dei fatti era direttore didattico della scuola elementare Leonardo da Vinci di Milano, sita a pochi metri da Piazza Loreto. Una lapide lo ricorda nell’atrio della scuola e un’altra in via Gran Sasso (presso la sua abitazione).
12. Andrea Ragni (Brescia, 5 ottobre 1921), partigiano appartenente alle formazioni Garibaldi, catturato e fuggito in data imprecisata dell’autunno 1943. Catturato nuovamente il 22/5/1944 da membri delle SS tedesca. Imprigionato nel carcere di S.Vittore
13. Eraldo Soncini (Milano 4 aprile 1901), operaio alla Pirelli Bicocca e militante socialista. Appartenente alla 107a Brigata Garibaldi Sap. Arrestato il 9 luglio 1944 vicino a piazzale Loreto da SS della Sicherungskompanie di Monza. Imprigionato nel locale carcere e trasferito il 7 agosto 1944 a S. Vittore. In piazzale Loreto tenta la fuga lungo via Andrea Doria; ferito, tenta di nascondersi nel portone di via Palestrina 9. Raggiunto dagli inseguitori viene finito sul posto, trascinato in piazzale Loreto e gettato tra i compagni fucilati (secondo quanto pubblicato dal “Corriere della Sera” del 24 maggio 1947, nel dopoguerra Giovanni Villasanta, comandante delle BN “Oberdan” di Porta Venezia, fu condannato per l’assassinio di Soncini).
14. Libero Temolo (Arzignano, 31 ottobre 1906), militante comunista, operaio alla Pirelli Bicocca, è partigiano organizzatore delle SAP. Arrestato nell’aprile 1944 a Milano a seguito di una delazione. Portato con gli altri in Piazzale Loreto, qui tentò di fuggire ma fu subito ucciso.
15. Vitale Vertemati (Niguarda, 26 marzo 1918), meccanico, partigiano della 3a Brigata d’assalto Garibaldi Gap “Lombardia” (poi “E. Rubini”), arrestato il 1º maggio 1944 da agenti dell’Ufficio speciale dell’UPI mentre era impegnato come agente di collegamento tra i vari gruppi partigiani.

Il Cardinale Schuster, invia un giovane diacono per dare la benedizione ai martiri. Il giovane riesce a comporre i cadaveri ammucchiati e cercare nelle tasche i messaggi che questi potevano aver scritto, in modo da recapitarli alle famiglie. Riesce a compiere questa opera di pietà prima che un tedesco lo tiri via. Il giovane tre giorni dopo sarà ordinato sacerdote[13]. Il giovane era Giovanni Barbareschi.

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