L’Armadio della Vergogna – La Memoria “dislocata”

-di Andrea di Betta-

Credo che sia alquanto risaputo che l’ultimo conflitto bellico, conclusosi nel 1945, sia definito Seconda Guerra Mondiale. Quindi un evento enorme che ha visto letteralmente mischiarsi turme di armati, di storie personali di ogni parte del globo. Soldati hanno avanzato in territorio nemico, i civili sono stati sfollati. Ma anche deportati, secondo le pratiche di governo della potenza detentrice.

Sospesi tra questi due mondi compenetranti, si sono ritrovati gli Internati Militari Italiani: come soldati hanno invaso tutti gli scacchieri, come civili si son ritrovati abbandonati in prossimità del punto di non ritorno. Cittadini di uno stato sospeso, diviso tra la pseudo repubblica sociale e Regno del Sud, attori di una guerra sbagliata e rinchiusi in una Resistenza ignorata.

Sconosciuta, perché personali sono le intime motivazioni contro il collaborazionismo, ma anche perché non utile alla politica dell’Italia repubblicana: sono uomini che hanno vissuto e visto la guerra, da quella guerreggiata a quella nei campi di prigionia, ma anche quella della “clandestina” delle isole greche o sui monti dei Balcani. Ad ogni modo un’esperienza geograficamente ed ideologicamente troppo lontana dalla nuova società italiana che li guardava con diffidenza ponendosi mille dubbi sul loro recente passato.

Volenti o nolenti quei sedici mesi si allontanano in mezzo ai problemi della Ricostruzione. E senza respiro si corre verso il Boom economico, e tutto quello che è passato sparisce lentamente nei cassetti del solaio e nelle pieghe della Memoria. Le carte ingialliscono e scolorano, si perdono i bordi delle lettere oppure si perde tutto in traslochi e nell’inesorabile susseguirsi delle generazioni. E quando arriva l’informazione giusta ci si mette a rincorrere il tempo.

L’incontro con Gaetano De Vita, Sottotenente del 17° Reggimento di Fanteria “Acqui” di stanza a Silandro, è particolare: uomo di vivo spirito e dalla Memoria chiara, sbroglia pian piano la matassa dei giorni del suo internamento in Germania. Il percorso dei ricordi, simile a quella di tutti gli altri suoi 650mila compagni, si apre inaspettatamente ad episodi personali, piccole istantanee di spazio e tempo, forse un poco sgranate e scolorite. Come la sua scoperta delle fosse comuni in Germania.

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