I valori della resistenza avvicinano i giovani: una ipotesi di analisi

-di Patrizia Turchi-

Siamo ad un passo dalla celebrazione del congresso dell’ANPI e, forse, è opportuno riflettere su questa organizzazione poichè si sta verificando un fenomeno che si registra ormai dal 2009: l’ANPI aumenta il proprio numero di iscritti, ed in particolare di giovani “partigiani” sotto i trenta anni. Questo flusso di nuovi “volontari per la democrazia” approda nell’Associazione nazionale dei partigiani grazie alla possibilità resa maggiormente evidente negli ultimi anni, di aprire le porte anche a chi la Resistenza non l’ha vissuta, per continuare a far vivere la memoria della lotta per la democrazia, messa a rischio dalla graduale scomparsa dei protagonisti e dal revisionismo di regime.

Un revisionismo così audace e violento che mette in discussione spazi e movimenti democratici, in modo formale e materiale la Costituzione repubblicana, e -per cogliere i gravi segnali di queste ultime settimane- persino i fatti di Genova del 1960. L’avvicinamento così importante delle tante migliaia di giovani che si avvicinano a questa associazione, e che può far ben sperare nella crescita culturale e politica delle nuove generazioni, può però essere analizzato cominciando a collocarlo nel contesto storico che si va realizzando. Negli ultimi anni abbiamo visto una profonda trasformazione dei processi sociali e politici nel nostro Paese.

Da una parte la frammentazione del mondo del lavoro, con l’erosione dei diritti dei lavoratori sommata a nuovi modelli di produzione, con una valorizzazione -surrettiziamente propagandata come elemento progressivo- della individualità e della capacità di poter superare sistemi contrattuali complessivi di categoria, ha sciolto potenzialità prima ben individuate in serbatoi molto ampi, dove la percezione individuale dei propri bisogni e delle proprie rivendicazioni formavano un collettivo, e soddisfacevano al contempo una appartenenza ed una identificazione sociale. Dall’altra il cambiamento politico e istituzionale, con la scelta maggioritaria in campo elettorale, ha confermato una trasformazione radicale delle organizzazioni politiche, i partiti, che con maggior efficacia (e che riguardava nella sostanza l’intero arco parlamentare) avevano sino a quel momento avuto la prerogativa principe della rappresentanza. I Partiti, nella loro trasformazione, sono sempre più diventati altro, più “fluidi”, “liquidi”, ”leggeri” procedendo spediti verso una esasperata personalizzazione, o ad una professionalizzazione dell’agire e dell’interpretare la politica, al punto da rendere difficile una adesione popolare che dovrebbe agire grazie ad una identificazione e partecipazione a tutto tondo, stimolando invece una appartenenza di opinione o di scelta temporanea. Ma cos’è l’identificazione in un Partito se non una predisposizione politica di lungo periodo, che ha un ruolo di mediatore, di “filtro” interpretativo nel guidare il comportamento dei cittadini? Essa consiste nell’identificazione costante, affettiva, psicologica dell’individuo con il proprio partito politico preferito.

Deriva dal processo di socializzazione politica, che avviene quando un individuo inizia ad avere contatti e a ricevere informazioni sul mondo politico; in questo processo è fondamentale il ruolo della famiglia, il contesto storico e la fase sociale che viene percorsa. Secondo la Scuola di Chicago, che combina elementi sociologici e psicologici di analisi del senso di appartenenza ad un partito politico, esistono fattori come la socializzazione politica, l’identificazione di partito, il sistema valoriale di riferimento: questi vengono definiti “long term”. Sono fattori che hanno a che fare con la storia di colui che vota, sono sempre presenti nella razionalità dell’individuo, dalla nascita al momento del voto. E sono costanti.

Tale identificazione è distinta dalla preferenza di voto, la quale può essere condizionata anche da fattori short-term, dove prevalgono fattori come la campagna elettorale, issue (ad es. la sicurezza nazionale, il sistema sanitario…), leader, condizioni individuali (economiche o sociali dell’individuo). Sono fattori che mutano da un’elezione all’altra, di breve periodo, che portano a spostare il voto su un partito in cui l’individuo può anche non identificarsi. La radicale trasformazione dei ruoli e dell’organizzazione della maggior parte dei partiti politici italiani, il ripensamento o l’abbandono delle ideologie (rammentiamo qui una straordinaria definizione che Hannah Arendt dà all’ideologia: non è la menzogna delle apparenze, ma piuttosto il sospetto gettato sulle apparenze e la sistematica presentazione della realtà che abbiamo sotto gli occhi come schermo superficiale e ingannatore), ha esasperato la predominanza dei fattori short term, creando un profondo vuoto rispetto al bisogno sociale di appartenenza e di identificazione. Se le organizzazioni sociali -dove i rapporti tra i membri sono interdipendenti (uno influenza l’altro) ed i membri che le compongono hanno una ideologia comune, una serie di credenze, di norme, di valori che regolano la loro condotta, in vista di compiti comuni che sono peculiari a quel gruppo, tali da renderli distinti da altri gruppi- includevano nel passato il ruolo e la funzione di un partito politico, oggi chi rappresenta meglio questo bisogno di affiliazione, identificazione? Alle nuove generazioni, che si affacciano in questo caotico mondo iper frazionato, dove agli individui non viene più concesso di sentirsi “classe”, “massa lavoratrice o precaria” ma vengono indotti a percepirsi come “consumatori”, che non hanno fatto l’esperienza di quelle grandi organizzazioni sociali, le prospettive e i contenitori atti all’identificazione sociale, utile alla crescita collettiva, democratica e civile, si assottigliano pericolosamente. Eppure la tendenza a costituire gruppi, a sentirsene parte e a distinguere il proprio gruppo di appartenenza da quelli di non appartenenza, elicitando consequenzialmente dei meccanismi di bias (distorsione) cognitivo ed un comportamento di favoritismo per il proprio gruppo, è spontanea e imprescindibile.

L’identità sociale si fonda su tre processi tra loro collegati che nascono nel gruppo: la categorizzazione (costruzione di categorie discriminanti che massimizzano le somiglianze tra i soggetti all’interno della categoria, e massimizzando le differenze con le categorie contrapposte), l’identificazione (le appartenenze ai gruppi forniscono la base psicologica per la costruzione della propria identità sociale), il confronto sociale (con condotte marcatamente segnate da bias valutativi a favore del proprio gruppo di appartenenza). Questi meccanismi sono spontanei e sono rintracciabili in qualunque comportamento gruppale (dalla tifoseria di calcio al circolo musicale). Uno degli aspetti che caratterizza maggiormente la situazione giovanile (ma, ahinoi, non solo) è, senza dubbio, costituito dall’esposizione alle conseguenze di un massiccio incremento della complessità sociale, da una miriade di sollecitazioni e stimoli, in assenza di riti e percorsi capaci di dare ordine all’esistenza e di contenere in modo rassicurante l’espansione illimitata dei desideri “provocati”, soffocando, travestendo o deviando quelli “reali”.

I cambiamenti culturali e sociali degli ultimi decenni hanno portato a promuovere valori antisociali, così come la confusione sollevata dall’apertura culturale e le contraddizioni di un conflitto tra ideali culturali e realtà sociali. Sembra che la cultura occidentale sia incapace di adempiere al suo scopo cioè fornire reti di significati capaci di modellare la maniera con cui le persone vedono il mondo, trovano al suo interno la propria collocazione ed agiscono, sia in modo individuale che collettivo. A ben guardare i “marchi” (per usare un termine caro al marketing management), ovvero i soggetti che parrebbero aver attraversato indenni questa trasformazione sociale e politica della nostra società sono davvero molto pochi. Uno di questi, per chi condivide un certo tipo di valori, come l’antifascismo, la necessità della valorizzazione della Costituzione, la laicità, la vigilanza costante dell’applicazione dei principi democratici, è proprio L’ANPI. Ecco allora che l’ANPI fornisce, del tutto inaspettatamente, un ruolo suppletivo se non addirittura sostitutivo di identità sociale, la cui ricerca di soddisfazione è messa in difficoltà -nel panorama sociale- nel cogliere riferimenti e sistemi valoriali comprensibili, concreti, facilmente distinguibili e soprattutto non scambiabili.

È un ruolo importante che deve trovare nell’alveo della maggiore acculturazione e comprensione dei processi sociali e storici che stiamo attraversando il suo percorso naturale. L’afflusso di nuove risorse soggettive, di nuove storie di ordinaria ma irriconosciuta comunanza sociale, coese sotto l’insegna culturale della Liberazione non può che accrescere lo scambio e il livello non solo dell’Associazione ma della Società intera.

Fonte: http://www.gliitaliani.it/2010/09/i-valori-della-resistenza-avvicinano-i-giovani-una-ipotesi-di-analisi/

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