Diritti e dignità personali o potere sociale dei lavoratori?

-di Angelo Ruggeri-

In questo “inizio di partita” sul “futuro” industriale del Paese tornano idee degli anni ‘80 del ‘900, che portarono poi all’odierna crisi che è finita ma non finisce mai di finire.

L’idea Germania. La nefasta autrice dei piani per ridurre i deficit di stato con prestiti dalla banche private salvate coi soldi di stato ha potuto sfruttare e investire molto nell’Est Europa, su cui scarica i disoccupati e i problemi.

L’idea neofordista di Pomigliano – come fordisticamente faceva la Thatcher – lega i salari alla produttività, ma senza gli investimenti tecnologici, i soli che possono incrementarla, punta sulla competitività a bassi salari. La disdetta del contratto nazionale metalmeccanici imposta dalla Fiat apre una competizione tra “poveri” sul piano aziendale e territoriale.

I secoli, si sa, non esistono. La Fiat prosegue una storia vecchia come il capitalismo e lunga quanto il ‘900, che le sinistre cosiddette “radicali” antiscientificamente pensavano di poter liquidare. Sinistre che parlarono di cesura totale, anziché di “passaggio di fase”, tra il capitalismo del ‘900 e quello del 2000 e che declinarono apoditticamente il “moderno” in post-moderno, in fine dello Stato, fine del lavoro, fine del fordismo.

D’un tratto ora parlano di “nuovo feudalesimo”. Titolo del manifesto su cui scrivono, dicendo che quanto accade alla Fiat è “premoderno”, gli intellettuali a latere di tale sinistra e della CGIL ricorrendo nel panico ad un vero e proprio salto logico con implicito annullamento della memoria storica.

Marchionne non è feudale, è moderno. Il suo vero obbiettivo è l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori svuotato dal sindacato. Lo Statuto attua la Costituzione che parla di dignità sociale del lavoratore. Invece, da ultimo, anche la vicenda dei 3 operai di Melfi è stata ridotta a questione di diritti e “dignità personale”.

La Fiat è il luogo di emergenza di una questione più generale, di un sindacato che è parte di sconfitte più volute che subite. Non sconfitte ma fughe.

Conclamando la fine della lotta di classe, la CGIL di Epifani ha potenziato quella “unilaterale” d’impresa rinunciando ad attaccarne il potere che invece lo Statuto incoraggiava impedendo di minacciare i lavoratori.

Il “diritto di pochi che piega quello di molti”, che Marchionne attribuisce ai 3 operai di Melfi, è invece il vizio intrinseco di quel che chiamano diritto (d’impresa), ma è un potere (economico) che nega ai molti i diritti che non possono avere senza il sostegno di un potere sociale a garanzia del quale si è posto lo Statuto.

La vera sconfitta di Pomigliano è stata la mancanza di un vero antagonismo sulla politica industriale e sulla organizzazione del lavoro. Lo sciopero è una conseguenza dei motivi di contenuto della lotta per il “diritto” dei lavoratori di determinare il Piano d’impresa. L’abbandono di ciò ha fatto percepire il sindacato non come un soggetto di potere sociale ma come complice o “rompiscatole”, costringendo i lavoratori ad arrampicarsi sui tetti.

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2 risposte a Diritti e dignità personali o potere sociale dei lavoratori?

  1. Arntr ha detto:

    COmplimento bellissimo blog, molto utile. Sei un genio.

  2. Che Guevara ha detto:

    Mi stupisco di come si possa credere al nostro governo, di come la gente non si vergogni a sottostare e a bere tutto quanto ci viene propinato ogni santo giorno, come fosse oro colato.
    Italia, SVEGLIAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA
    O meglio: SPAìOT

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