La lezione della Francia che invade le piazze

-di Bernardo Valli, La Repubblica-

La politica nei nostri Paesi occidentali, ma anche altrove, ha oggi come compito principale di adattare la società alla mondializzazione economica. Da un lato deve adeguare le condizioni della competitività, tenendo conto, nel quadro dell’Unione europea, delle specificità nazionali e regionali. Dall’altro, spetta sempre alla politica, sia essa di sinistra o di destra, promuovere iniziative compensative tese ad attenuare le incidenze sociali negative, vale a dire i danni creati dall’apertura al mercato globale. I governi non possono sfuggire a questi lapalissiani imperativi di non facile applicazione. Il presidente francese è rimasto in questi giorni impigliato nella morsa della duplice manovra. Da un lato ha deciso la riforma delle pensioni, già varata negli altri grandi paesi europei e comunque inevitabile per ridurre i costi sociali e riequilibrare le finanze pubbliche; ma dall’altro non è riuscito a rassicurare i francesi sulla sua capacità o volontà di promuovere una politica sociale compensativa.

Da qui l’ondata di imponenti manifestazioni di protesta, sei dal 7 settembre al 18 ottobre, e gli scioperi e le occupazioni in settori nevralgici ( tra i quali le raffinerie, i depositi di carburante, l’autotrasporto pesante) che intralciano seriamente le attività economiche e in una certa misura i movimenti dei privati cittadini.

La discesa in piazza degli studenti, in particolare i liceali, ha poi sensibilizzato le famiglie e rafforzato il sostegno alla protesta. Quasi tre francesi su quattro (71%)si dichiaravano fino a poche ore fa in favore delle manifestazioni. È assai probabile che il consenso popolare si attenui, e slitti col tempo verso un’irritazione diffusa per i disagi creati, ad esempio, dalla mancanza di benzina, alla vigilia di un weekend. Resta che quattro francesi su cinque (78%) sono in favore di un negoziato tra governo e sindacati. Negoziato chiesto dai sindacati ma rifiutato da Nicolas Sarkozy per non sospendere l’imminente approvazione della riforma da parte del Parlamento.

La protesta francese mette in primo piano la riforma delle pensioni ma le motivazioni sono più profonde. Vanno molto al di là. Le piazze, i boulevards rappresentano una ribalta politica dove i cittadini interpellano il potere nei momenti cruciali, quando sentono minacciati i valori e le conquiste alla base della République. L’espressione in Francia non si limita alla forma di governo, ma riassume tanti principi, compreso quello di una solidarietà sociale reale o ideale. Concentrare la lotta sindacale sulla questione delle pensioni è significativo. Ha anche un evidente valore simbolico. Non è unicamente la difesa di una conquista. La riforma, forse giustificabile ma imposta, non appare portatrice di un avvenire migliore. Ferisce nell’immaginazione popolare l’idea di progresso. Espressione, quest’ultima, legata idealmente a quella di République.

La riforma delle pensioni risulta come una tappa dello smantellamento del capitalismo più sociale, più civile, nato dopo la Seconda guerra mondiale e affermatosi nei decenni successivi (i Trent’anni Gloriosi). Questo ritorno progressivo al capitalismo crudo delle origini, paventato a torto o a ragione, induce l’economista Daniel Cohen ad affermare che è forse necessaria una riflessione di ordine morale sul sistema economico cosi come sta regredendo. Insomma, la crisi, intervenuta nel pieno della mondializzazione, ha accelerato la svolta promossa da Reagan, dalla Thatcher e dal fallimento del comunismo, considerato non solo un antagonista ma un concorrente.

Nicolas Sarkozy è stato eletto tre anni e mezzo fa come un candidato generoso di promesse. Il suo discorso è apparso più convincente, perché tratteggiava con maggior abilità un avvenire migliore di quello annunciato dalla socialista Ségolène Royal. Lo slogan che riassumeva la sua politica era accattivante : “chi lavora di più guadagna di più”. Forzando la porzione di dirigismo (colbertismo) annidata in tanti politici francesi, di destra e di sinistra, il neo presidente si è presentato come un liberista. Un americano. La crisi lo ha costretto a riportare la politica al posto di comando, subordinando, in una certa misura, l’economia. La contraddizione tra il programma iniziale e la reazione alla crisi è risultata vistosa, e, secondo il politologo Jacques Julliard, ha suscitato smarrimento e delusione nell’elettorato di Sarkozy. Anche in quello popolare conquistato dal linguaggio condito di propositi di destra e di sinistra, e sedotto dall’idea che un liberismo equilibrato avrebbe ricondotto la Francia a una crescita rigogliosa.

È stata poi devastante l’immagine di un Sarkozy intimamente legato al mondo dei ricchi, riaffiorata dopo un periodo in cui il personaggio aveva conquistato prestigio. I consensi sono crollati. Gli aveva giovato l’apparizione negli abiti dell’inquisitore, severo con i banchieri e i traders. Il suo infiammato intervento a Davos contro i responsabili del collasso finanziario e i suoi efficaci interventi sulla scena internazionale, durante la crisi in Georgia, avevano fatto dimenticare quello che i cronisti hanno chiamato il “periodo bling bling” : la festa al Fouquet’s , sui Campi Elisi, con amici miliardari o celebri, la sera della sua elezione; il successivo viaggio sullo yacht del miliardario Bolloré; ma soprattutto la legge sul tetto fiscale che favorisce i grandi contribuenti.

La sua immagine, deteriorata con la situazione economica, è peggiorata quando sono esplosi affari che non l’hanno coinvolto direttamente, ma che hanno sfiorato uomini a lui vicini, rammentando al grande pubblico i suoi rapporti con il mondo dei ricchi. Nelle manifestazioni tra Place de la République e Place de la Nation, e tra Place d’Italie e Les Invalides, nei giorni scorsi, molti striscioni e cartelli, ed anche molti slogan, erano dedicati a Sarkozy. Come se fosse il principale bersaglio della protesta, non solo in quanto responsabile della riforma sulle pensioni, ma anche come “amico dei ricchi”.

Il presidente ha detto un giorno di essere “il miglior nemico di se stesso “. Un’affermazione, non certo frequente tra gli uomini politici, rivelatrice di come l’autore sia potenzialmente capace di imparare e quindi di correggersi. Forse anche di recuperare, quando le ondate di protesta si saranno spente. Su questa possibilità si interrogano gli scettici sostenitori di Nicolas Sarkozy.

Fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2010/10/21/news/lezione_francia-8284178/?ref=HREC1-7

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