Quando la privacy diventa uno strumento politico

-di Marcello Frigeri, Libera Critica-

Quando tempo fa scrivevamo che ai vari Cicchitto, Bondi, Gasparri, Berlusconi, Capezzone, e prima di loro ai vari D’Alema, Fassino e Mastella della privacy degli italiani non gliene importa un bel niente, non scrivevamo notizie false. A loro interessa soltanto la privacy della casta politica. La prova? Il delitto di Sarah Scazzi. Della povera vittima dell’omicidio di Avetrana, e della sua singolare famiglia, oggi sappiamo veramente tutto.

Attraverso i telegiornali e i talk-show siamo entrati nella vita della famiglia Scazzi e di quella Misseri con prepotenza: i giornalisti hanno alzato il telo bianco che nasconde ai non interessati il cadavere, e ora, tutti i giorni, ci obbligano a guardarlo con perversione e interesse, come macabri protagonisti di una storia che non ci appartiene. Sappiamo davvero tutto. Sabrina per distrarsi legge in carcere libri comici, e grida alle guardie di essere innocente e che suo padre è un mostro. E quando non era ancora Sabrina la presunta omicida, mandava messaggi all’amica testimone dicendole di raccontare la verità. Michele Misseri, che quando non era il mostro si alzava alle 3 e andava a lavorare nei campi, non sa come passare il tempo, dunque vorrebbe lavorare. E anzi, oggi sappiamo pure che in casa non dormiva assieme alla moglie, sappiamo che era uno sfruttato e che, quando tutto sarà finito, si ritirerà in convento. Il Tg5 informa pure sugli stati d’animo della zia di Sarah, Cosima, che a loro dire è più agitata della primogenita dell’assassino, Valentina. Sappiamo nei minimi dettagli di come Sarah è stata massacrata, qual è l’arma del delitto, dove è stato nascosto il corpo e i passi successivi di Michele: qualche volta andava a pregare al “capezzale” della giovane vittima. Vespa non si fa mancare i plastici della casa Misseri, il Tg5 pubblica l’interrogatorio dello zio di Sarah, Barbara D’Urso chiede a Sabrina se è mai stata violentata dal padre, Il Corriere pubblica l’interrogatorio a Cosima Misseri, che si lamentava con Sarah perché era sempre a casa loro, “ma non ne hai una tua?”.

Le telecamere sono tutte lì, come un Grande Fratello, puntate sul cancelletto color ruggine di casa Misseri, pronte a registrare l’impossibile, tanto per aggiungere vergogna alla vergogna. Dal Parlamento nessuno apre bocca. Ma come, non erano loro i difensori della privacy degli italiani, i paladini delle intercettazioni abusive, i controllori dei processi mediatici senza contraddittorio, i guardiani del segreto investigativo? Bene, oggi abbiamo la conferma che non è così: quando alzano l’indice contro l’abuso delle intercettazioni e del segreto investigativo, sappiamo che non difendono la privacy degli italiani, ma la loro.

Ghedini, tanto per dirne una, avrebbe voluto censurare Report perché ha osato parlare delle case del premier ad Antigua, e grida allo scandalo quando Annozero pubblica le intercettazioni delle conversazioni tra Berlusconi e l’Agcom. Ma sul delitto di Avetrana non abbaia. Per il centrodestra si parla di uso distorto e di giustizialismo soltanto quando fa comodo, cioè quando ad avere rapporti con criminali non è gente comune, ma sono i politici. Con una differenza: i parlamentari amministrano la cosa pubblica, e dunque benvenga sapere se hanno amicizie mafiose, se si fanno corrompere o tentano di mettere le mani dove non dovrebbero nemmeno arrivare col pensiero. Oggi sappiamo, ma già lo sospettavamo, che esistono in Italia i signorotti e i sudditi: per i primi, che in nome della Costituzione rappresentano e tutelano i secondi, cambiare la legge a proprio uso e consumo è d’obbligo quando la giustizia e l’informazione diventano troppo fastidiose. Per farlo, però, hanno bisogno del beneplacito dei sudditi, dunque utilizzano parole convincenti come “difesa della privacy” ,”tutela dei cittadini”, “lotta agli abusi”, “difendersi dal giustizialismo” e “uso criminoso della tv”.

I sudditi abboccano e gridano contro i processi mediatici, ma nel frattempo si sintonizzano su Avetrana, essendo vittime di quella non-privacy che dovrebbero combattere.
Ma così facendo difendono quella fasulla dei signorotti.

L’articolo lo potete trovare anche su http://www.zerosette.it (Editore Marcello Valentino; direttore Marcello Frigeri)

Fonte: http://www.liberacritica.it/2010/10/27/quando-la-privacy-diventa-uno-strumento-politico/

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