Il punto della situazione. In questo caos istituzionale chi ha ragione?

-di Andrea Vetere-

Eccoci di fronte all’ennesima violenza istituzionale alle quali il nostro Presidente del Consiglio ci ha abituati. È la sua arma favorita, quella da tirar fuori dal cilindro nei momenti in cui bisogna mostrare i denti. Ma state pur tranquilli, i denti si sono rotti sulle guglie del duomo-souvenir e sono un po’ spuntati.

Si legge nella lettera che Berlusconi ha inviato ai Presidenti delle due Camere: “Il Governo ha intenzione di verificare il permanere del rapporto di fiducia da parte del Senato e, immediatamente dopo, da parte della Camera dei deputati“.
Un comportamento simile pare legittimo: l’ultima volta che si è chiesta la fiducia alle Camere, il 29 Settembre, il Governo si è presentato prima alla Camera e poi al Senato. Ora le basilari regole di cortesia istituzionale imporrebbero di fare il contrario. Peccato che la cortesia istituzionale torni in mente al nostro Governo soltanto quando fa comodo.

A ben vedere, sarebbe stata pura e semplice cortesia istituzionale anche attendere prima il voto su una mozione di sfiducia presentata già ieri a Montecitorio e solo in un secondo momento presentarsi a Palazzo Madama. Si obietta che così non ci sarebbe stata inversione nell’ordine ma si dimentica di dire che in questo caso non deve esserci: la mozione di sfiducia è presentata dall’opposizione che è legata sì alla cortesia istituzionale ma non certo ai comportamenti pregressi del Governo. Anzi. Per di più si deve ricordare che il Governo può agire davanti ad entrambi i rami del Parlamento mentre il singolo parlamentare è legittimato soltanto all’interno della propria Camera.

Sapendo che poteva esser tenuto un comportamento alternativo e considerando che la maggioranza è più sicura di vincere nell’assemblea dei senatori ci risulta chiaramente che la scelta del Governo è opportunista più che cortese, ut demonstrandum erat.
Ed opportuniste sono le affermazioni del ministro La Russa che auspica lo scioglimento della sola Camera nel caso in cui lì la maggioranza scemi. Si argomenta che una simile eventualità è contemplata dalla Costituzione e che già si è percorsa in tre diverse occasioni.

Sorgono però delle obiezioni. Innanzitutto, l’ultima volta che ciò è avvenuto risale a 47 anni fa. Per seconda cosa, se si cerca la ratio della norma costituzionale che lo prevede si scoprirà che ai tempi della Costituzione il senato era eletto per sei anni. Per evitare che le due camere si eleggessero in tempi sfalsati si è scelto per tre volte di anticipare lo scioglimento del Senato finché nel 1963 sono state equiparate le durate delle due Camere. Terza, chi decide quale dei due rami del Parlamento sta dalla parte del giusto e quale invece vada sciolto?
Ultima, l’obiezione più importante: e se dal voto scaturisse nella Camera una maggioranza diversa rispetto a quella del Senato? Si dovrebbe sciogliere la Camera sino a che non si ottenga la maggioranza che si vuole? Oppure si scioglierebbe anche il Senato?
In ogni caso, ci sarebbero due diverse votazioni, in due tornate elettorali. E questo vuol dire bruciare molti milioni di euro. Ma, come sappiamo, al nostro Governo interessa restare attaccato alle poltrone. E se questo costa troppo? Beh, facile: colpa di Fini!

Resta solo un’ipotesi praticabile, nel caso di sfiducia anche in una sola delle camere: scioglierle entrambe. Come è successo per tutte le crisi parlamentari prima d’ora. E quando arriverà in Parlamento questa sarà una crisi parlamentare come tutte le altre.
E qui arriviamo ad un mito da sfatare: “Un governo diverso violerebbe la Carta e la volontà degli elettori” a detta di Alfano e di altri membri del PdL, Berlusconi in primis.
Sono due bugie. L’attuale governo ha ottenuto dalle elezioni del 2008 il 46,81 % alla Camera ed il 47,32 % al Senato. Risultato: il 63% dell’elettorato avrebbe voluto un governo diverso. Per effetto del porcellum, però, il Governo ha avuto in regalo la maggioranza in entrambe le Camere.
La Carta, invece, in materia dice poco: si sancisce che il Presidente del Consiglio è nominato dal Presidente della Repubblica. Nominato dal Capo dello Stato, dunque, e non eletto dal popolo come si vuol far credere oggi. Non siamo in Francia o negli S.U.d’A.
Il Governo, qui da noi, si fonda non tanto sul voto popolare ma sulla fiducia tra Governo e Parlamento. Il voto popolare interviene solo in maniera indiretta in quanto il Parlamento altro non è che sua pura e legittima espressione. Si parla di responsabilità politica: la pena per uno sbaglio sarebbe la mancata rielezione, se la democrazia qui da noi funzionasse.

Concludendo: un nuovo Governo che avesse la fiducia del Parlamento si fonderebbe sulla volontà dei Parlamentari favorevoli. Eletti dal popolo. Dal primo all’ultimo.
E soprattutto, voler andare al voto anticipato ad ogni costo significherebbe bruciare milioni di euro. Quelli per le nostre borse di studio, magari. Ma mai quelli per le paritarie, per l’amor del Papa!

Fonte: http://lospecchioblog.altervista.org/specchio/?p=2534

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