È giusto non tollerare la protesta dei giovani. Bisogna ringraziarli.

-di Curzio Maltese-

L’Italia è un Paese per vecchi. Ma il linciaggio mediatico che ha accompagnato il movimento delle università, con le calunnie vomitate dai soliti cani da guardia contro una protesta pacifica, creativa, intelligente, beh, questo è  davvero preoccupante. Significa che il Paese invecchia molto male, nel rancore e nell’egoismo, proprio come l’uomo che si è scelto per farsi condurre alla tomba.

L’Italia è vecchia nell’età, 43 anni in media, contro i 26 del resto del mondo; nella classe dirigente, la più longeva del Pianeta; nell’industria, ancora basata sulla manifattura a basso livello tecnologico. Decrepita nella cultura e nella formazione, con la metà degli investimenti su ricerca e università e meno della metà dei laureati sulla media europea, cioè un terzo nel confronto con Germania e Francia, e indici di lettura africani.

In Italia è vecchia anche la maggioranza dei giovani, cresciuti in mezzo alla pattumiera televisiva, rassegnati al familismo come stile di vita e a campare di paghetta fino a quarant’anni, fra le forfore della nonna. Ora, se in questo Stato la nostra meglio gioventù scende in piazza e ci costringe a parlare di argomenti seri, bisogna far festa, abbracciarli uno a uno. Reclamano un diritto da cittadini democratici, il diritto allo studio. Non si lamentano senza far nulla, come la maggioranza dei sudditi di questo ridicolo regno.

Qualche volta esagerano, d’accordo. Ma esagerano meno della polizia e molto meno di quanto abbiano esagerato con loro le generazioni passate.

Gli abbiamo lasciato un mondo del lavoro senza speranze e una montagna di debiti da pagare. Il debito pubblico è questo, sfottere il futuro dei figli. Non sono poveri, non ancora. Hanno il telefonino, il computer. Ma saranno poveri, nella logica del declino.

Dopo il Rinascimento c’è voluto quasi un secolo per ridurre l’Italia alla miseria, ma i tempi cambiano e questi son veloci.

Nel giro di una generazione finiranno a fare i camerieri dei coetanei cinesi o tedeschi. Non per colpa degli altri immigrati, che ci salvano dalla bancarotta di Stato e dalla recessione permanente. Per la responsabilità, l’irresponsabilità anzi, e l’egoismo di padre e nonni.

Che cos’hanno da perdere nella protesta? Che cosa ci fanno perdere? Il futuro italiano è una bomba a orologeria e questi ragazzi stanno cercando di disinnescare il timer. Si può dire soltanto: grazie.

Fonte: Il Venerdì di Repubblica

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