Ecco perché la nostra privacy non equivale a quella dei politici

-di Marcello Frigeri-

Machiavelli, ne Il Principe, racconta che per perseguire il Bene, dunque la salvezza dello Stato e la sua sopravvivenza, è necessario alle volte entrare nel Male: operare nel Male per perseguire il Bene. Ed è un concetto condivisibile, oltreché chiaro. Penso che nessuno possa controbattere all’idea che l’intercettazione telefonica sia, detto cinicamente ma realisticamente, una violazione della privacy dell’individuo: ascoltare le telefonate di un qualsivoglia cittadino (dall’operaio al rappresentante politico) significa violare un suo diritto fondamentale. Cos’è, dunque, l’intercettazione se non un Male necessario per perseguire il Bene della collettività?

Sappiamo infatti che l’intercettazione telefonica è un mezzo utile (forse non necessario, ma efficace) per scoprire i criminali, soprattutto quelli mafiosi, oltreché un efficiente strumento per combattere i reati contro la pubblica amministrazione (corruzione, concussione, abuso d’ufficio, peculato ecc.). Nell’epoca moderna ci si è posti questa domanda: in che modo è possibile contrastare un anti-Stato, ovvero la criminalità, sempre più forte e specializzato? Ci siamo dunque risposti: sacrifichiamo un poco della nostra privacy. Entrare nel Male per operare il Bene. Chiaro, no?

Ora: sappiamo che l’uomo contemporaneo, ormai da 200 anni, ha scelto come forma di governo la democrazia rappresentativa (giusta o sbagliata che sia, con tutti suoi difetti), e tramite un “contratto sociale” astratto (Rosseau docet), stipulato tra i rappresentanti del popolo e il popolo stesso, ha così deciso:

voi (politici, parlamentari, ministri ecc.) godrete di alcuni privilegi di cui noi cittadini non potremo godere (si legga per questo la Casta, di Rizzo e Stella), ma dovrete amministrare la società in modo giusto ed onesto, rispettando la Costituzione e le leggi di questo Stato come la giustizia prevede, e in più la vostra privacy, pur essendo un diritto fondamentale, avrà delle limitazioni rispetto alla nostra“.

Senza ipocrisia: è chiaro infatti che se un cittadino qualunque si mette in testa di organizzare festini erotici con puttane e alcol, rispettando ovviamente i limiti stabiliti dalla legge (cioè nessun reato), a nessuno frega niente. Anzi, contento lui contenti tutti. Se il festino lo organizza, chessò, il Presidente del Consiglio di una nazione democratica, pur non essendoci traccia di reato, allora la situazione cambia.

Articolo 54 della Costituzione: I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

E’ il nostro contratto sociale: a voi alcuni privilegi, ma meno privacy.

Perciò che strillino pure gli isterici rappresentanti della nostra democrazia: nel momento in cui scelgono di amministrare la cosa pubblica, implicitamente, firmeranno anche il contratto. Meno privacy, comunque, non significa azzeramento totale della loro vita privata: è infatti necessario per il cittadino venire a conoscenza di tutto ciò che compromette, o potrebbe farlo, tra le altre cose, la loro funzione (come la ricattabilità), l’integrità dello Stato e la dignità del cittadino. E’ la democrazia, bellezza.

Fonte: http://www.liberacritica.it/2011/01/28/ecco-perche-la-nostra-privacy-non-equivale-a-quella-dei-politici/

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