Parole chiare… l’osceno è entrato in Parlamento

-di Raniero La Valle-

La parola è grossa ma non ne trovo altre: l’osceno è entrato in Parlamento

Una delle novità portate dalla nuova cultura della nuova destra della nuova Repubblica è di avere derubricato l’osceno. Esso non deve più essere nascosto, ma entrare “in scena”; difatti ha preso dimora nelle ville e nei palazzi del potere, è salito al governo, è entrato nel processo di formazione di un Consiglio regionale, trabocca nelle barzellette e nelle bestemmie del presidente del Consiglio. Tuttavia l’osceno maggiore è stato mostrato dalla Camera dei Deputati inchiodata per giorni e notti ai pulsanti del voto per decidere, sostituendosi ai giudici di Milano, di archiviare un processo di corruzione in atti giudiziari a carico del capo del governo. L’aula parlamentare al posto di un’aula di giustizia: non si potrebbe immaginare un conflitto di attribuzioni più evidente e ostentato di questo.

Allo spettacolo hanno concorso ministri che nelle stesse ore avrebbero dovuto affrontare la tragedia degli sbarchi a Lampedusa e dei naufragi a Pantelleria, ricucire lo strappo con l’Europa prodotto dalla politica xenofoba della Lega, gestire una inconsulta guerra con la Libia, trovare qualche rimedio alla caduta del reddito e dell’occupazione, mettere un freno all’impoverimento generale del Paese; invece di governare, ecco i ministri a presidiare il fortino di Montecitorio, per resistere ai Tartari che però non arrivano mai.

La realtà è che abbiamo perduto il Parlamento, proprio l’istituzione suprema della democrazia, l’estremo baluardo delle pubbliche libertà. Il vero dissesto nei rapporti tra i poteri dello Stato non sta nel conflitto tra l’esecutivo e il giudiziario, ma sta nell’assorbimento del Parlamento da parte del governo. Il Parlamento non è più un potere autonomo, per il semplice fatto che non è più nemmeno un potere. Ha perduto il suo potere di rappresentanza sia perché ai cittadini è stato tolto il voto per la selezione dei candidati, sia perché le maggioranze bulgare attribuite dalla legge alla minoranza che vince le elezioni hanno rotto la somiglianza tra Parlamento e Paese; ha perduto la sua innocenza perché, venuta meno la sua maggioranza per un legittimo dissenso politico, è divenuto teatro di una campagna acquisti volta a procacciarne al governo un’altra; ha perduto la sua libertà perché non fa più ciò che vuole ma ciò che vogliono gli avvocati i procuratori e i “responsabili” della sopravvivenza politica del premier.

Analogo processo di neutralizzazione subisce la magistratura, a cui nella proposta di riforma costituzionale presentata dal delfino Alfano viene tolta l’inclusione tra gli “altri poteri” dello Stato e ridotta a un servizio pubblico senza potere, sicché non si potrebbe più nemmeno parlare di conflitto di poteri, ma di riduzione di tutti i poteri a un unico potere, quello del neo-sovrano assoluto sempre in piedi sul predellino del popolo e preteso “padre nobile” della Repubblica.

Dal punto di vista dello Stato moderno e della democrazia costituzionale è un vertiginoso salto all’indietro verso la restaurazione dell’antico regime. Ci sono voluti secoli di pensiero filosofico, di elaborazioni giuridiche e di lotte politiche per superare e rovesciare le formule che consacravano i poteri assoluti: dal “basiléus nomos” (il re è la legge) alla potestà “legibus soluta” (“sciolta” da ogni legge). Come mai questi modelli ora ritornano? Le Costituzioni, la democrazia non avevano allestito difese e garanzie per impedirlo?

Sì, ma non avevano previsto il denaro, con cui potevano essere recuperati, ripristinati ricomprati quei poteri. Nella nuova versione della democrazia postmoderna il denaro compra il potere, e il denaro lo difende; a sua volta il potere, comprato per denaro, diventa moltiplicatore del potere d’acquisto del denaro, sicché può comprare anche ciò che il denaro da solo non poteva: impunità, donne di rango, maggioranze, assoluzioni giudiziarie e morali: nuove corruzioni, nuove prostituzioni, nuove simonie.

Nel caso di Berlusconi non si tratta nemmeno di soldi suoi, come rivendicano con orgoglio i suoi fautori, ma di soldi tratti dalle tasche degli italiani, perché fatti con lo sfruttamento economico di quei beni comuni di tutti i cittadini che sono le frequenze televisive, e col tesoro di un enorme gettito pubblicitario che si forma con le tasse occulte per le spese promozionali che tutti i consumatori pagano su ogni prodotto o servizio che acquistano.

Voci preoccupate chiedono che tutto questo si arresti, prima che sia troppo tardi. Apparentemente non c’è molto da fare, sicché Asor Rosa è giunto fino a chiedere misure d’eccezione. Ma non si possono salvare le regole sospendendo le regole. Al contrario, la prima tappa di un processo per salvare la Repubblica potrebbe essere, il 12 giugno, un massiccio voto popolare per il sì nei tre referendum per l’acqua, per il nucleare e per la revoca dell’immunità processuale a Berlusconi. Ma la tappa successiva potrebbe essere, come prevede la Costituzione, lo scioglimento delle Camere per tornare al voto e salvare il Parlamento, che da fornitore di energia si è trasformato nel massimo fattore di inquinamento del Paese: come Fukushima. Come a Fukushima molti veleni radioattivi sono già passati nell’atmosfera e nell’organismo sociale, ma il peggio può ancora essere evitato.

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